domenica 2 giugno 2013

Messaggi Stupliminali.

Mi scoccia sempre tornare su argomenti già trattati, ma ci sono cose di cui non riesco a farmi una ragione, tra cui il linguaggio surreale delle pubblicità, specie rivolte a donne.
Ad esempio. La Dove e' da anni una delle marche che apprezzo di piu', in particolare per la campagna "per la bellezza autentica" che promuove un concetto piu' ampio e creativo della bellezza femminile, stimolando l'autostima specie delle ragazze piu' giovani. Ma io mi chiedo: da quando in qua lo stato delle mie ascelle deve essere un problema? Non parlo della depilazione, chiaramente, che non e' affar loro, ma di un' ipotetica idratazione delle ascelle che ora sembra essere indispensabile. E il meccanismo pubblicitario e' talmente malato che tu vedi lo spot e non e' che pensi: "ma che stai a di'?!". No. Tu guardi queste sgallettate con le braccia perennemente su e trasalisci: "Ommioddio! Non ho mai idratato le ascelle!!!"

Vogliamo parlare di quando e' partita la bambola della BB cream? Io ci ho messo un anno e mezzo solo per riuscire a capire cosa volesse dire BB (che finora per me poteva essere al massimo la sigla di Brigitte Bardot), e mi sentivo l'ultima delle dementi perche' se ne parlava come se fosse acqua gassata: e la bb cream di qua, e la bb cream di la'...e alla fine l'ho trovata in profumeria ed e' una crema colorata, ce l'aveva gia' mia madre negli anni 80 (me lo ricordo perche' una volta me la sono spalmata in faccia a sette anni per fare la ganza e manca poco mi scuoio).

Tante volte mi chiedo perche' la pubblicita' abbia vita cosi' facile nell'ambito della bellezza femminile. A vari livelli, siamo tutte ossessionate dalla paura di invecchiare e tutte irresistibilmente attratte dalla possibilita' di apparire piu' belle di come siamo in realta'. Una volta un mio amico mi disse "non capiro' mai voi donne: volete piacere agli uomini e per farlo vi fate consigliare dai gay".

In effetti...

giovedì 23 maggio 2013

Smelly days

Rieccomi, ahime' non costante quanto vorrei, ma speranzosa in miglioramenti imminenti.
L'impatto con la Scozia devo dire e' stato nettamente sopra le aspettative: piove meno di quanto pensassi, il freddo e' sopportabile, i colleghi non cosi' sociopatici come si direbbe.

Pero'.

Come gia' paventato in precedenti post, il concetto di igiene quassu' rappresenta il principale ostacolo al dialogo tra i due estremi dell'Europa, che sotto questo aspetto non potrebbero essere piu' lontani. 
Lasciando da parte le infime illazioni di certi compatrioti (uno, in realta') che in questi giorni mi ha accusato di essere alquanto schizzinosa, ci sono aspetti (tipo la moquette a pelo medio-lungo in bagno, a cui con tutta la buona volonta' non riesco ad arrendermi) che sono indicativi, secondo me, del livello culturale raggiunto (o meno) da un popolo. Seguono a ruota l'assenza di tovaglie (anche di carta) in quasi tutti i posti in cui si mangia, orripilanti promiscuita' di spugne e lavastoviglie nel cucinotto dell'ufficio, ma soprattutto un ambiente olfattivo alquanto esotico.

Vorrei soffermarmi su quest'ultimo aspetto, un po' perche' l'odorato e' il senso che forse ho piu' sviluppato (o forse l'ultimo che mi e' rimasto intatto), un po' perche' rappresenta il vero, piu' evidente e massivo marchio di differenza con l'Italia.
Dimentichiamoci le scie dei principali profumi di grido che potevamo intercettare in ufficio o in treno. Abbandoniamo quel soave olezzo da luogo di ritrovo serale, quando tutti o quasi sono passati da casa per una doccetta veloce.
Qui chiunque emana almeno un lieve tanfo di umidita', che si aggrava quando piove, generando il nauseabondo effetto canide.
Lunedi', per dire, c'e' stata l'esercitazione anti incendio, quindi l'edificio e' stato evacuato, passando tutti insieme dalle scale. Al rientro, sembrava che vi fosse stato transumato un gregge misto pecore e capre.

Persino il mio giovane e simpatico collega, qui davanti, pur sedendo a circa 2 metri da me non mi risparmia zaffate tali da far pensare che tra sei mesi potrei avere i capelli rossi come Holly Hobbie.

Ma siamo davvero noi i fissati con la pulizia e l'improfumamento? E' cosi' terribile pensare di mantenere sotto controllo cio' che di noi risulta sgradevole? Viviamo nell'era dello spontaneismo, il cui mantra e' "fai quello che ti senti", spostando dalla testa alla pancia il centro delle decisioni, raramente passando dal cuore.

Ma e' cosi' indubitabilmente giusto lasciarsi andare alla manifestazione di tutti gli aspetti (anche negativi) di noi, senza curarsi dell'effetto che questo avra' sugli altri e la loro liberta'?

Io, per non sbagliare, nel frattempo credo che usero' i tappi per le orecchie in modo creativo.

lunedì 1 aprile 2013

La pazienza dei pazienti

Lo so. Sono stata latitante. Manco da mesi su questi schermi e so che per molti di voi questa assenza sarà stata fonte di disperazione (via su...). Vi chiederete che fine avessi fatto. Beh diciamo che ho avuto il mio bel da fare, e questo vi porta diritti all'argomento di questo post.
Mi auguro che nessuno dei miei lettori abbia (nè ora né mai) problemi di salute. Prima che cominciate a sollecitare le pudenda, ci tengo a precisare che, oltre all'ovvietà dell'augurio riguardo la perfetta condizione fisica di chiunque, c'è un aspetto che può rendere ancora più penosa qualsiasi indisposizione, ed è il Servizio Sanitario Nazionale. 

Supponiamo che tu soffra di un disturbo qualsiasi. Il medico generico ti prescrive una visita specialistica presso gli ambulatori ospedalieri. Chiami il centro prenotazioni. Con la Primavera di Vivaldi in sottofondo, una voce ti comunica che "la tua chiamata è la numero...........tredici in attesa", intimandoti di non mettere giù per non perdere la priorità acquisita (non sia mai).
Circa mezz'ora dopo, "la tua chiamata è la numero...........uno in attesa" e finalmente ti risponde una signora che sembra si sia appena svegliata (male) e ti chiede i dati della prescrizione, dopodiché "vediamo.....mercoledì alle settemmezzo. Si ricordi di presentarsi mezz'ora prima per l'accettazione".

Mercoledì, ore sette del mattino: dopo una sveglia indecente ti presenti ai cancelli degli studi medici ospedalieri. Albeggia. Superi la fila di anziani che affolla l'ingresso del centro prelievi (mezz'ora prima della sua apertura, in una freddissima mattina di febbraio, a conferma della resistentissima fibra della generazione precedente) e ti dirigi all'accettazione. Prendi il numero. Quattro. Ancora non hanno iniziato a ricevere i pazienti perché il banco accettazione apre alle 7:15. Guardo l'orologio: sette e due...e tre...e cinque...la fila di attesa si ingrossa..sette e otto...una delle signore dell'accettazione si impegna nell'applicazione dei principi feng shui alla sua scrivania. Alle 7:15 aprono gli sportelli, tocca a me. La signora (evidentemente parente di quella che risponde al telefono) mi indica il numero della stanza e il piano a cui mi devo recare. Arrivo alla stanza. Siamo in fila per una seconda accettazione. Arrivo al bancone e un'infermiera riempie due fogli, poi mi dice che devo pagare 30 euro alla macchinetta al piano terra. 
Torno giù e la macchinetta non accetta il mio bancoposta, non ho contanti quindi devo uscire dall'edificio e andare a prelevare alla banca 50 mt più in là. Prelevo, torno alla macchinetta, che nel frattempo causa guasto non accetta più contanti, ma solo bancomat (escluso bancoposta, s'intende).
Respiro profondamente, invocando la Mitezza sovrannaturale dei santi anacoreti, dopodiché chiamo l'inserviente dal gabbiotto lì accanto, il quale, partecipe delle mie difficoltà quanto mia madre nel conflitto del Darfur, mi suggerisce di tornare alla banca a pagare il ticket direttamente lì. Esco di nuovo, vado allo sportello, dove il commesso, al solo scrutare il mio sguardo fiammeggiante, mi sbriga il pagamento in settantacinque secondi netti.
A questo punto torno dalle infermiere, e, finalmente, vengo visitata.


E poi uno si chiede perché i medici ci chiamino "pazienti".

domenica 28 ottobre 2012

La perfida Albione

Allora. Come alcuni di voi sapranno, da un paio di settimane mi trovo in Scozia, Regno (per ora) Unito. Non mi lancerò nelle solite lamentele degli italiani sul cibo: primo, perché essendo ospite in una casa cucina-munita, mi sono data all'italico spignattamento che nemmeno le Big Mamas dei film; secondo, perché io mangio tutto e mi commuovo anche davanti a un barbarissimo fish&chips.
Posso reggere anche l'assoluta dissonanza di gusto nel vestire che causa deprimenti giri fallimentari di shopping e struggente nostalgia persino dei negozi cinesi vicino casa. Nemmeno i quotidiani incidenti mortali schivati all'ultimo secondo (perché non ho ancora capito da che parte guardare quando attraverso la strada, almeno a Londra l'hanno scritto a terra, qui no) mi farebbero desistere dall'innamoramento cross culturale. Poi alla fine anche al tempo (e alla sua variabilità) ci si fa l'abitudine, basta munirsi di ombrellino telescopico super estendibile da borsetta e abbandonare ogni velleità di liscio perfetto da spot.

Ma senza di lui no. 

Non posso vivere senza bidet.

Ora, il mio connaturato senso del pudore mi impedisce di scendere in dettagli troppo scabrosi sulle numerose occasioni in cui l'assenza del nostro amico nazionale diventi davvero pesante da sopportare, ma penso che tutti i miei connazionali lettori (specie quelli residenti all'estero) sappiano di cosa sto parlando.
E come tutte le cose semplici, quotidiane, preziosissime, non si capisce quanto valgano finché non si è costretti a farne a meno. Penso che, se venisse svolto un sondaggio tra gli iscritti all'A.I.R.E. sul nuovo simbolo dell'italianità, il bidet vincerebbe di prepotenza, probabilmente aggiudicandosi anche l'effige su qualche moneta centesimale di euro.
Non voglio passare da provinciale. Diciamo che qualche chilometro l'ho macinato anch'io. Però un conto è il viaggio, un conto è la permanenza. Quello che siamo pronti a sopportare nella provvisorietà, atterrisce se solo si immagina la prospettiva definitiva. Che poi è uno dei motivi per cui sono contraria alla convivenza. Ma questo è un altro discorso, ed è meglio non dilagare troppo. Però mi sono interrogata su come possa diventare così indispensabile qualcosa di cui il 99% della popolazione mondiale fa a meno. Senza evidenti danni permanenti, almeno. Quante altre cose, anche nei rapporti umani, riteniamo imprescindibili quando l'evidenza dimostra che non lo siano? Quanto ci attacchiamo, fino a pensare una vita insopportabile, a cose di cui non abbiamo realmente, visceralmente, biologicamente bisogno? E quanto queste "zavorre" ci impediscono davvero di incontrare l'altro nel senso più profondo e autentico del termine?
Nel frattempo, studio rudimenti di idraulica che mi consentano di piazzare un bidet in un bagno britannico: l'inizio di una nuova era.

Il prossimo passo: guerra alla moquette.

martedì 23 ottobre 2012

La rabbia di Wonder Woman

Ultimamente mi interrogo abbastanza spesso su cause ed effetti dell'immensa rabbia delle donne. Basta accendere la tv o ascoltare una conversazione tra due o più donne (l'eventuale presenza di maschi non impatta il tenore del discorso) e si sentono invettive furiose nei confronti degli uomini. Scariche inumane di ire funeste e direi disprezzo nei confronti della categoria tutta. I maschi di homo sapiens sapiens vengono dipinti come individui inutili quando non dannosi, dediti ad una non-vita edonistico-egoista, privi di senso di responsabilità e di minimo senso del pratico, tanto che, ormai si sa, le donne "starebbero molto meglio da sole".


Ora.

Recentemente ho letto che una persona si comporta inevitabilmente in accordo a come viene trattata: quindi, salvo le dovute eccezioni, se vuoi accanto un deficiente, tratta il tuo uomo da deficiente, e sarai accontentata! La lettura dei libri di Costanza Miriano è stata illuminante, da questo punto di vista: è doveroso avvertire che si tratta di opinioni forti e particolarmente controcorrente, ma se si ha la forza e sicurezza necessarie a mettersi in discussione e a sopportare un punto di vista diverso dal proprio, si attinge a una posizione alternativa, in cui la coppia non è un eterno braccio di ferro su "mio" e "tuo", ma una gara a chi valorizza di più l'altro.

Osservo le donne che conosco: vedo professioniste in crescita o affermate, in grado di gestire dodici ore di lavoro consecutive, due o più bambini (con relative attività extra-scolastiche), cura della persona e della casa. Tutte si lamentano del fatto che gli uomini non riescono a fare quanto loro. Il punto, secondo me, è che abbiamo usato la nostra naturale predisposizione al multi-tasking (tutte le femmine, dovendo gestire i piccoli, sono in grado di fare più cose insieme) come "doping" nel mondo del lavoro, dove siamo state ospitate e poi accolte dagli uomini senza però godere di regole particolari, tipo nidi aziendali di dimensioni decenti, congedi per maternità adeguati, orari flessibili, telelavoro etc etc.
E ora dico una cosa scomoda: queste non sono pari opportunità. E' come non costruire ascensori e dire a un paraplegico che può entrare nell'edificio, se riesce a fare le scale con la sedia a rotelle.

Una persona molto molto saggia, in passato, mi disse che la rabbia nasce sempre dalla repressione di altri sentimenti. Allora mi chiedo: cosa stanno reprimendo le donne? Forse quella capacità di amare con tenerezza, di ascoltare, di stimare l'altro, in primis il proprio compagno, senza pretendere da lui livelli standard (secondo lei) di efficienza, ma valorizzandolo per quello che è.
Sognamo un Romeo con fisico da Wim Diesel e savoir faire da Sean Connery ma trattiamo ogni portatore di cromosoma Y come un invertebrato.
Provate a pensare a quando dovete chiedere le ferie al vostro capo perennemente furioso. Ecco. Probabilmente il vostro Romeo si sente così nel chiedervi di uscire.

Ve lo dice una che ha tenuto l'ascia in mano fino a ieri. E poi l'ha posata. E si è accorta di non averne affatto bisogno.

Provare per credere.

mercoledì 3 ottobre 2012

Oca.exe

A volte mi chiedo se esista una ragione alla base della rappresentazione delle donne nelle pubblicità, ma soprattutto se magari io affronti tutto ciò con eccessivo spirito critico. Ma secondo me no.

Tipo.

Ultimo spot della ceretta Veet: otto squinzie in minigonna o shorts che gridano gioiose le qualità del dispositivo che scalda la cera e ti permette di depilarti "Senza complicazioni!". Ora. Dimmi, pulzella, che tipo di complicazioni vuoi incontrare nell'avventuroso mondo della cera?

Altro esempio. 

Il test di gravidanza. Da che esiste, il test consiste in uno stick con una finestrella e un tampone. Fai pipì sul tampone e nella finestrella compare una linea per dirti che hai fatto bene il test e un'altra linea se sei incinta. Mi sembra cristallino. Invece no. Nello spot del nuovo test si elogia la chiarezza del prodotto in questione che scrive "incinta" o "non incinta" nella finestra del risultato. 

Insomma, se uno arrivasse da Marte e si informasse sull'umanità attraverso la televisione, avrebbe l'impressione che le femmine di specie umana siano afflitte dai seguenti dilemmi: come prevenire e curare la cellulite, come riportare la vasca da bagno al bianco originale, come candeggiare le lenzuola bianche senza che si strappino, come mantenere disinfettato il pavimento anche dopo il passaggio di familiari maschi tornati da una spedizione nelle fogne, come riuscire a conciliare audizioni acrobatiche e sport estremi con la presenza del ciclo mestruale e soprattutto come mantenere una defecazione regolare ed efficace contro il gonfiore addominale.

Forse è una strategia post-reaganiana contro l'attacco alieno.

venerdì 28 settembre 2012

Su suggerimento di un mio amico, oggi approdiamo a uno degli argomenti più "caldi" del panorama mediatico internazionale, uno dei pilastri del mondo contemporaneo, ovvero il rapporto tra donne (nella fattispecie, me) e tecnologia. Ora, io capisco l'utilità di certi dispositivi. Capisco anche che il mondo vada avanti e non si possa continuare a scrivere con carta fatta a mano e piuma d'oca (perché non si può, vero?), ma con sempre maggiore frequenza emergono elementi che mi fanno seriamente pensare ad una nevrosi di massa. 

Esempio.

Nel silenzio dell'open space semideserto del venerdì sera, si ode una serie di rutti: ineducazione? Ministre du Petrol del Giappone in visita alla Mega Ditta?  Macché: uno dei miei stimatissimi colleghi sta semplicemente provando una nuova applicazione del suo iphone che riproduce suoni corporei di ogni sorta con un certo realismo.

E lì io mi chiedo quanto effettivamente qui si parli di progresso in senso stretto, ovvero se una maggior sofisticazione dell'elettronica ci stia portando effettivamente a diventare migliori.

Io per dire ho seri problemi con il touch screen. Normalmente le mie mani vengono considerate anche piccoline, ma sembra che non riesca ad avvicinarmi ad un tasto senza premerne almeno tre contemporaneamente. I risultati sono imbarazzanti: frasi prive di ogni senso compiuto, neologismi, parole in libertà che nemmeno Marinetti sotto benzedrina. E questo è niente. Ho scoperto di avere un nemico giurato, un subdolo persecutore che mina alla base la mia salute mentale: il T9. Mi viene spontaneo qui chiedere all'inventore di questo sistema di suggerimento che tipo di acido si fosse sparato negli attimi decisivi della progettazione. In base a quale principio, ad esempio, se scrivo "conosco", come primo suggerimento esce "bplqtcp"? Il più diabolico però è quello con il suggeritore di parole: io mi impegno con tutta me stessa a premere i micro-tastini giusti e cosa viene fuori? Messaggi tipo "Ciao come mai?apri giraffa quando premi su del". Roba che presto o tardi mi troverò la neuro alla porta di casa.
Oppure posso vestirmi di nero e sostenere di essere l'unica scrittrice di un nuovo para-linguaggio che vuole rappresentare, attraverso un uso estemporaneo del non-senso, la precarietà delle certezze del nostro tempo.
O qualche altra baggianata del genere.