Ormai è ufficiale: i trenta sono i nuovi cinquanta. Parliamo di età, chiaramente. Una nuova tendenza si affaccia sulla scena della socio-psichiatria mondiale, ed è il fenomeno delle crisi di mezz'età in anticipo sulla tabella di marcia di una ventina d'anni. Avevo cominciato a nutrire sospetti qualche tempo fa, notando improvvisi cambi di rotta in soggetti fino ad allora più o meno normali: tutti attorno ai trent’anni, anno più anno meno. Mentre finora lo stereotipo ci proponeva il cinquantenne con capello alla Guido Panatta, pelle color Lindt e macchina rossa (decappottabile) o, peggio ancora, moto (lui che prima di allora aveva guidato solo la lambretta dal ’75 al ’77), adesso assistiamo a trentenni in preda a crisi adolescenziali fuori tempo massimo: capelli di ogni foggia e colore, cambi di partner allo stesso ritmo della biancheria intima e vita notturna da Erasmus anche se il giorno dopo si timbra il cartellino entro le 8. Forse parte della responsabilità è di una società che ci spingerebbe a non crescere mai, facendo sì che, ai primi bilanci, i trentenni si sentano in dovere di regredire di almeno dieci anni, per rincorrere una giovinezza che ormai dovrebbe evolvere naturalmente verso l’età adulta. Ma buttare il cappello in aria, se da una parte è la sostanza stessa della libertà, dall’altra genera un senso di smarrimento incolmabile. E lo vedi, eccome. Lo leggi negli occhi dell’esercito di fighette, pottini, rasta, punkabbestia etc, tutti ultratrentenni e tutti consapevoli che ormai cellulite e calvizie incipiente dovrebbero avergli fatto passare la voglia di conciarsi come adolescenti. Se penso che mia madre alla mia età aveva lavoro, marito e due figli nemmeno piccolissimi mi chiedo se fossero davvero altri tempi o magari non è la nostra generazione che si sia fatta fregare qualcosa. Barattando l’occasione di essere adulti (e quindi governare) da giovani per sfinirsi di aperitivi e feste in discoteca.mercoledì 18 aprile 2012
Nel mezzo del cammin di nostra vita...
Ormai è ufficiale: i trenta sono i nuovi cinquanta. Parliamo di età, chiaramente. Una nuova tendenza si affaccia sulla scena della socio-psichiatria mondiale, ed è il fenomeno delle crisi di mezz'età in anticipo sulla tabella di marcia di una ventina d'anni. Avevo cominciato a nutrire sospetti qualche tempo fa, notando improvvisi cambi di rotta in soggetti fino ad allora più o meno normali: tutti attorno ai trent’anni, anno più anno meno. Mentre finora lo stereotipo ci proponeva il cinquantenne con capello alla Guido Panatta, pelle color Lindt e macchina rossa (decappottabile) o, peggio ancora, moto (lui che prima di allora aveva guidato solo la lambretta dal ’75 al ’77), adesso assistiamo a trentenni in preda a crisi adolescenziali fuori tempo massimo: capelli di ogni foggia e colore, cambi di partner allo stesso ritmo della biancheria intima e vita notturna da Erasmus anche se il giorno dopo si timbra il cartellino entro le 8. Forse parte della responsabilità è di una società che ci spingerebbe a non crescere mai, facendo sì che, ai primi bilanci, i trentenni si sentano in dovere di regredire di almeno dieci anni, per rincorrere una giovinezza che ormai dovrebbe evolvere naturalmente verso l’età adulta. Ma buttare il cappello in aria, se da una parte è la sostanza stessa della libertà, dall’altra genera un senso di smarrimento incolmabile. E lo vedi, eccome. Lo leggi negli occhi dell’esercito di fighette, pottini, rasta, punkabbestia etc, tutti ultratrentenni e tutti consapevoli che ormai cellulite e calvizie incipiente dovrebbero avergli fatto passare la voglia di conciarsi come adolescenti. Se penso che mia madre alla mia età aveva lavoro, marito e due figli nemmeno piccolissimi mi chiedo se fossero davvero altri tempi o magari non è la nostra generazione che si sia fatta fregare qualcosa. Barattando l’occasione di essere adulti (e quindi governare) da giovani per sfinirsi di aperitivi e feste in discoteca.
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