lunedì 27 luglio 2015

Fare spazio

Questo fine settimana io e Tenero abbiamo rivoluzionato il soggiorno. Sono sicura che solo chi mi conosce da tempo (su tutti mia madre e i miei fratelli) si renderà contro a pieno della portata di tale impresa.
Posso essere considerata un caso in lizza per "Sepolti in casa", lo show di Realtime che passa in rassegna gente più o meno pazza che non butta via nulla da quarant'anni. Ecco, se non avessi sposato Tenero, a breve mi avrebbero dedicato una puntata speciale. Quando ho traslocato in quella che è diventata casa nostra, abbiamo buttato via qualcosa come dieci sacchi (di quelli neri, da condominio) di roba (principalmente mia) che evidentemente non mi serviva, visto che, a parte una leggera stretta al cuore al momento della separazione, non sento alcuna mancanza degli oggetti che ho regalato/buttato, tanto da non ricordarmi neanche esattamente cosa ci fosse in quei sacchi.
Stessa cosa mi succede quando rimesto nell'armadio o nei cassetti: dal chaos primordiale affiora un capo carinissimo (a volte ancora con il cartellino attaccato) che mi ero dimenticata di possedere.
Ebbene, quando (come ieri) si fa spazio, si butta il superfluo, non so voi, ma io mi sento fisicamente più leggera, come se quella massa di oggetti, comodità, chincaglierie appesantisse l'anima e mi facesse sentire meno libera di muovermi, come oppressa da tutta quella tonnellata di roba che andrebbe spostata in un eventuale trasloco (ipotesi più che concreta per una coppia di nomadi post-moderni che vive in 50 mq).
E infatti mi ricordo con nostalgia i giorni della Marcia Francescana (il Pellegrinaggio per il Perdono di Assisi, non quella della Pace con Gianna Nannini e Jovanotti- se non lo avete ancora fatta vedete di iscrivervi per l'anno prossimo, ne vale la pena) quando tutto ciò che avevo stava in uno zaino, e quello zaino, dovendolo portare sulle spalle, lo alleggerivo il più possibile, buttando tutto, tutto ciò che non era necessario (per un attimo guardai anche la Bibbia, lo ammetto, ma solo un attimo Signore).
Forse il trucco è davvero quello di non attaccare il cuore a niente, o meglio, solo a Chi lo custodisce al sicuro, indipendentemente dagli oggetti che sembrano indispensabili alla nostra felicità, ma in realtà più spesso la ostacolano.
Sì, anche tutte le scarpe.

venerdì 19 giugno 2015

Stressless wedding vol II: first steps

Premetto che, a valle del predicozzo precedente, il matrimonio c'è stato ed è andato (almeno per noi) alla grande: ci siamo divertiti tantissimo e (contro ogni aspettativa) abbiamo mangiato tutto, quindi diciamo che parlo in base ad un'esperienza che riteniamo riuscita.

Come dicevo più o meno un anno fa in questo post, una volta stabilita la Priorità, è bene passare a un po' di organizzazione pratica.

Lista invitati: qui si apre un capitolo doloroso. Quando comincerete a stilare la lista, vi renderete conto di quanti amici e parenti abbiate. E fin qui tutto molto bello. Il punto dolente è fare i conti di che tipo di struttura ci voglia a contenere centinaia di persone e/o di quanto vi costi dare da mangiare a tutti. Come se ciò non bastasse, non appena annuncerete la lieta novella ai vostri genitori, anche loro vorranno aggiungere ulteriori invitati alla lista perché tengono particolarmente al fatto che quella persona ci sia, oppure per meccanismi tipo "loro ci hanno invitati tutti al matrimonio della loro figlia, che figura ci facciamo".

Bene. A tutto questo va posto un limite. Per quanto ci riguarda, una volta scelto il posto e quindi avendo un numero massimo di invitati alla mano, ce li siamo divisi più o meno equamente e ognuno ha avuto la libertà di riempire i "suoi" posti come meglio credeva. Se c'erano eccedenze, ci si metteva d'accordo tra noi e poi, nel caso, il/la figlio/a provvedeva a comunicare ai suoi genitori che no, non si poteva invitare il pronipote perché non c'era posto. Ovviamente, questo esercizio risulta meno complicato se sono gli sposi a pagare per la festa: in caso contrario è normale (e, penso io, giusto) che i genitori abbiano maggior spazio di manovra.


Per quanto riguarda la cernita dei propri invitati, è sempre una scelta dolorosa escludere qualcuno, ma l'unico consiglio che mi sento di dare è riflettere su chi debba assolutamente esserci, ed evitare per quanto possibile gli inviti "obbligati": se non vedete/sentite una persona da anni, siete sicuri che debba essere invitata? 

Un'idea intelligente per la gestione degli inviti è anche quella di avvisare informalmente gli invitati prima possibile: in questo modo chi già sa di non poter venire avrà modo di farvelo sapere e vi libererà alcuni posti per poter includere altre persone. Infine, considerate che circa il 10% delle persone che confermeranno non potrà venire per ragioni imprevedibili dell'ultimo minute (malattie del bambino, impegni di lavoro improvvisi, etc etc)



Un discorso a parte va fatto per la location: a meno di miracoli, mi sento di dirvi che la villa costa. Tanto. Troppo. E, spesso, all'affitto va aggiunto il costo del catering (80-100 euro a persona in media per un pasto "normale"). Le alternative, però, ci sono, e si possono accordare con vari stili e budget. Innanzitutto gli agriturismo: spesso in località suggestive, con ampi spazi all'aperto e ottima cucina locale (che se, come noi, avete molti invitati che vengono da alter regioni, può essere molto più apprezzato del solito menu da matrimonio). In genere il prezzo del menu include la location, per cui si può raggiungere meno della metà del prezzo della dimora d'epoca.
Per budget ancora più ridotti, ci può essere il salone parrocchiale della chiesa in cui vi sposate (i miei genitori, all'epoca, fecero così): in quell caso basterà mettersi d'accordo con il parroco, e per il cibo, potrete organizzarvi con un catering (ci sono anche associazioni come Operazione Mato Grosso che rendono questo servizio) oppure gruppi scout che vi aiutino a cucinare. Una coppia di miei amici hanno provveduto a portata principale, torta e vino, e il resto è stato portato e condiviso dagli ospiti: la festa è stata bellissima e originale e nessuno si è lamentato.
Inoltre, quasi ogni tipo di ambiente può trasformarsi completamente grazie alla decorazione giusta: se date un'occhiata a siti tipo www.theknot.com troverete tonnellate di foto e idee per rendere ambienti rustici o semplici veramente suggestivi.


Beh, per questa parte è tutto. Al prossimo post per alter dritte su partecipazioni e vestito!






martedì 26 maggio 2015

Back in black.

Insomma, alla fine, sono tornata. 

Lo so che in diversi non ci avranno dormito la notte, arrovellandosi sulle ragioni che mi hanno trattenuto dall'aggiornamento di questo blog (che è un po' come certe relazioni: molliamoci, ripigliamoci, rimolliamoci, diamoci la sedicesima possibilità), ma la verità è che non ho avuto voglia, che poi è il vero, profondo, autentico significato dell'espressione "non ho avuto tempo".   Un po' la fase luna di miele, un po' scoperte scioccanti che il matrimonio porta con sé, tipo quante paia di calzini possegga un uomo, sebbene dotato di due soli piedi come l'esemplare femminile con cui vive.

Comunque insomma, rieccomi. Spero stiate tutti bene.

giovedì 7 agosto 2014

Stressless Wedding

Allora.

Siccome in diversi mi stanno inviando o presentando attestati di stima e/o ammirazione per il mio approccio zen all'organizzazione delle nozze, ho deciso di condividere in dettaglio la mia esperienza con voi.

Attenzione: non sono e non mi ritengo una guru ne' un'autorità in alcuna materia, specie questa, considerando che si tratta di un'esperienza assolutamente personale, che come tale deve essere vissuta al meglio secondo i propri gusti e desideri.

Detto ciò:
  • se sognavate il vostro matrimonio fin da piccole nei minimi dettagli;
  • se scegliere il "tema" del matrimonio è nella top 3 delle vostre priorità;
  • se il vostro matrimonio prevede una preparazione superiore ai 12 mesi;
non andate avanti nella lettura, perché davvero trovereste ben poco a cui ispirarvi nelle mie righe, e probabilmente qualcosa vi irriterebbe anche. Vi voglio bene lo stesso e possiamo rimanere di pareri diversi, senza che nessuna delle due sia additata.

Bene, detto ciò, apriamo questa serie con una considerazione iniziale: la Priorità.

La Priorità (maiuscola non casuale) è il faro che vi manterrà saldi di nervi (perdonatemi ma io in questi post mi rivolgo a entrambi gli sposi, evitando di indirizzarmi solo a lei, come se lui fosse parte della coreografia), la maniglia a cui aggrapparvi nei momenti difficili.

Ognuno ha la sua, anche se, diciamocelo, se vi sposate in Chiesa in teoria il Rito dovrebbe essere il centro di tutto. Ma si sa che a volte non è proprio così, per cui insomma vedete voi, ma è importante che troviate LA cosa che è importante nel vostro matrimonio, e metterla al centro. Questo perche' essenzialmente ogni persona/fornitore che incontrerete cercherà di passarvi l'idea che, senza la versione ultra-lusso del servizio che egli/ella fornisce, il matrimonio sarà (forse!) valido, ma un disastro assicurato.

Questo ovviamente non è vero. Vi basta un test: ripensando ai matrimoni a cui siete stati, quanti dettagli vi ricordate? Io personalmente, a parte la gioia di quel giorno, rammento solo alcuni abiti da sposa (nemmeno troppo bene), a volte una portata particolarmente gustosa e qualche location, che però potrei sicuramente confondere. Quindi insomma non state a pensare a che figura farete, che tanto se siete innamorati e contenti tutti si ricorderanno (al massimo) quello.

Altro trabocchetto mentale (che utilizzeranno sia i fornitori se non funziona la prima strada, ma anche amiche già sposate o in procinto di) è quello del "è solo una volta nella vita".

Anche questo non è vero. E non perché vi dobbiate sposare più volte, ci mancherebbe, ma perché oggi giorno se vuoi sentirti al centro dell'attenzione e bellissima ci sono mille occasioni per farlo e non serve buttare migliaia di euro (e sono migliaia, a star dietro a tutti, non esagero) in capelli, trucco, abito, tutto per poche ore. A meno che, ovviamente, quella non sia la vostra Priorità.

Semmai, il fatto che il matrimonio è uno nella vita, dovrebbe secondo me invogliarvi a godervi l'attesa e la cura dei dettagli importanti, non incitarvi a farvi venire crisi isteriche perche' le rose sono bianche invece che avorio (vita vera). Francamente trovo miracoloso che alcuni dei matrimoni che ho visto organizzare si siano effettivamente realizzati, alla fine.

Quindi insomma, eccoci qui.

Nelle prossime settimane condividerò un po' di esperienze personali circa l'organizzazione del nostro matrimonio, nel caso qualcuno stia cercando di organizzare il proprio con approccio simile. Spero vi aiuti a godervi un momento bellissimo della vostra vita e l'inizio di un'avventura meravigliosa. Senza supporto psichiatrico.

martedì 22 luglio 2014

Bridezilla

Dall'ultimo post sono passati alcuni mesi, come forse avrete notato. Da allora, si sono verificate alcune importanti novità, tra cui emergono le seguenti:
1. è passato l'infinito inverno scozzese (di conseguenza, è tornata la Luce!)
2. l'Italia è uscita dai mondiali di calcio al primo turno
3. Il principe George ha compiuto un anno e la Kate forse è di nuovo incinta
4. io e Tenero ci sposiamo.

Nonostante forse non sia la notizia di maggior rilievo dell'elenco, mi preme incentrare il post su quest'ultimo punto, in quanto, finalmente, posso esprimermi a pieno titolo sulle nevrosi che accompagnano l'organizzazione di un matrimonio.
Sì, perché finora, qualora mi azzardassi a esprimere le mie solite pacatissime opinioni (a colpi di sciabola e accetta) circa le reazioni (a mio parere) esagerate delle future spose (talora trasformate in quello che gli americani chiamano Bridezilla) di fronte a questioni oggettivamente irrilevanti, mi veniva puntualmente risposto (con mezzo sorrisino sornione d'ordinanza) che avrei potuto parlare solo quando (e se) mi fossi trovata nella posizione di vivere l'Evento.

Beh, eccomi qui.

Premessa doverosa: ognuno è libero di fare quello che crede, specie su questioni personali come il matrimonio. Ognuno, però, è meno libero (secondo me) di ammorbare amici, parenti, fruttivendoli, co-passeggeri di mezzi pubblici con crisi isteriche più o meno continue, lacrime, grida, reazioni esasperate al minimo stimolo.

Cominciamo dalle attenuanti: appena una ragazza si trasforma in "sposa" (in genere dieci, quindici secondi dopo la proposta di matrimonio), essa viene assalita da una mandria di personaggi che cercheranno di attentare al suo equilibrio psico-fisico. In genere le principali fonti di pressione sono:
- La Parente Tradizionalista: può trattarsi della madre, la sorella, la nonna, la zia. Una parente a caso che dalla ricezione della notizia tartassa la poveretta con questioni tipo la scelta della tonalità delle mutande o se paggetto sì o paggetto no.
- Siti web sul matrimonio: questo è il Male assoluto. Questi siti, se non usati cum grano salis, contengono la bomba H della psiche pre-matrimoniale. Intanto contengono checklists di cose da fare che partono da 18 mesi prima delle nozze (che se, come noi, decidi di sposarti in tre mesi, già ti fanno sentire con l'acqua alla gola) e poi ti creano questioni esistenziali tipo "Scegli la palette di colori"

Se la sposa (e, con lei, lo sposo) riesce a mantenere saldi i nervi nelle prime settimane di organizzazione, in genere il pericolo sfuma e restano da affrontare solo i vari fornitori singolarmente, per cui lo sforzo consiste "solo" nello stoppare il fioraio, calmare la sarta, far capire al fotografo che non venderemo il reportage a Vanity Fair.

Finora devo dire che ha funzionato (almeno per noi). Vi tengo aggiornati.

Stay tuned.

lunedì 7 ottobre 2013



Giovedì, 3 Ottobre 2013.


Secondo giorno ad Aberdeen dopo la Sardegna. Piove. Ho sfondato il muro psicologico dell’accensione del riscaldamento, per cui suppongo sia arrivato l’inverno. Considerando che lunedì ho fatto l’ultimo bagno in mare, non mi lamento.  Stavolta non ho notato nemmeno il solito straniamento linguistico rientrando dall’Italia, forse perché stavolta sono rimasta davvero poco (cinque giorni), o forse sto cominciando ad assimilare la nuova lingua. Le giornate si accorciano velocemente, ormai (ma sarà anche colpa del brutto tempo) la mattina esco con i lampioni ancora accesi, e il pensiero di non sapere fino a che punto sarà buio mi fa attendere con una certa impazienza l’apice dell’inverno, per poter finalmente dire a me stessa che non è poi così terribile. Oggi mi vedo con Pilar, una ragazza colombiana conosciuta in parrocchia, che aspetta un bambino (o bambina) per la fine del mese. Qui  in Scozia non dicono il sesso del nascituro neanche a chiederlo, pare a causa di un processo vinto da una coppia a cui avevano dato l’informazione sbagliata.
Non è facile (ri)farsi un giro di amicizie, non lo è mai stato in nessuno dei miei trasferimenti, ma qui la barriera linguistica (e culturale) ha il suo peso, rendendo più difficile la confidenza e, quindi, più lento l'avvicinamento. A volte vado con il pensiero (o la fantasia) al prossimo viaggio, ma è una tentazione che cerco di arginare, perché penso che finché non riuscirò a stare nel Qui-e-ora non inizierò a mettere radici. Ieri ho finalmente messo nel loft tutte le scatole con gli utensili da cucina che ho trovato in casa: siccome uso i miei questi mi avanzavano, ma  non trovavo il coraggio di salire in soffitta per la mia fobia dei topi, ma in qualche modo ce l'ho fatta, e ora il salotto sembra molto più grande, oltre che più ordinato. 
Ecco, messaggio di Pilar: andiamo a vedere "Blue Jasmine", l'ultimo di Woody Allen...o bene bene o male male...

Stay tuned.

S

domenica 2 giugno 2013

Messaggi Stupliminali.

Mi scoccia sempre tornare su argomenti già trattati, ma ci sono cose di cui non riesco a farmi una ragione, tra cui il linguaggio surreale delle pubblicità, specie rivolte a donne.
Ad esempio. La Dove e' da anni una delle marche che apprezzo di piu', in particolare per la campagna "per la bellezza autentica" che promuove un concetto piu' ampio e creativo della bellezza femminile, stimolando l'autostima specie delle ragazze piu' giovani. Ma io mi chiedo: da quando in qua lo stato delle mie ascelle deve essere un problema? Non parlo della depilazione, chiaramente, che non e' affar loro, ma di un' ipotetica idratazione delle ascelle che ora sembra essere indispensabile. E il meccanismo pubblicitario e' talmente malato che tu vedi lo spot e non e' che pensi: "ma che stai a di'?!". No. Tu guardi queste sgallettate con le braccia perennemente su e trasalisci: "Ommioddio! Non ho mai idratato le ascelle!!!"

Vogliamo parlare di quando e' partita la bambola della BB cream? Io ci ho messo un anno e mezzo solo per riuscire a capire cosa volesse dire BB (che finora per me poteva essere al massimo la sigla di Brigitte Bardot), e mi sentivo l'ultima delle dementi perche' se ne parlava come se fosse acqua gassata: e la bb cream di qua, e la bb cream di la'...e alla fine l'ho trovata in profumeria ed e' una crema colorata, ce l'aveva gia' mia madre negli anni 80 (me lo ricordo perche' una volta me la sono spalmata in faccia a sette anni per fare la ganza e manca poco mi scuoio).

Tante volte mi chiedo perche' la pubblicita' abbia vita cosi' facile nell'ambito della bellezza femminile. A vari livelli, siamo tutte ossessionate dalla paura di invecchiare e tutte irresistibilmente attratte dalla possibilita' di apparire piu' belle di come siamo in realta'. Una volta un mio amico mi disse "non capiro' mai voi donne: volete piacere agli uomini e per farlo vi fate consigliare dai gay".

In effetti...

giovedì 23 maggio 2013

Smelly days

Rieccomi, ahime' non costante quanto vorrei, ma speranzosa in miglioramenti imminenti.
L'impatto con la Scozia devo dire e' stato nettamente sopra le aspettative: piove meno di quanto pensassi, il freddo e' sopportabile, i colleghi non cosi' sociopatici come si direbbe.

Pero'.

Come gia' paventato in precedenti post, il concetto di igiene quassu' rappresenta il principale ostacolo al dialogo tra i due estremi dell'Europa, che sotto questo aspetto non potrebbero essere piu' lontani. 
Lasciando da parte le infime illazioni di certi compatrioti (uno, in realta') che in questi giorni mi ha accusato di essere alquanto schizzinosa, ci sono aspetti (tipo la moquette a pelo medio-lungo in bagno, a cui con tutta la buona volonta' non riesco ad arrendermi) che sono indicativi, secondo me, del livello culturale raggiunto (o meno) da un popolo. Seguono a ruota l'assenza di tovaglie (anche di carta) in quasi tutti i posti in cui si mangia, orripilanti promiscuita' di spugne e lavastoviglie nel cucinotto dell'ufficio, ma soprattutto un ambiente olfattivo alquanto esotico.

Vorrei soffermarmi su quest'ultimo aspetto, un po' perche' l'odorato e' il senso che forse ho piu' sviluppato (o forse l'ultimo che mi e' rimasto intatto), un po' perche' rappresenta il vero, piu' evidente e massivo marchio di differenza con l'Italia.
Dimentichiamoci le scie dei principali profumi di grido che potevamo intercettare in ufficio o in treno. Abbandoniamo quel soave olezzo da luogo di ritrovo serale, quando tutti o quasi sono passati da casa per una doccetta veloce.
Qui chiunque emana almeno un lieve tanfo di umidita', che si aggrava quando piove, generando il nauseabondo effetto canide.
Lunedi', per dire, c'e' stata l'esercitazione anti incendio, quindi l'edificio e' stato evacuato, passando tutti insieme dalle scale. Al rientro, sembrava che vi fosse stato transumato un gregge misto pecore e capre.

Persino il mio giovane e simpatico collega, qui davanti, pur sedendo a circa 2 metri da me non mi risparmia zaffate tali da far pensare che tra sei mesi potrei avere i capelli rossi come Holly Hobbie.

Ma siamo davvero noi i fissati con la pulizia e l'improfumamento? E' cosi' terribile pensare di mantenere sotto controllo cio' che di noi risulta sgradevole? Viviamo nell'era dello spontaneismo, il cui mantra e' "fai quello che ti senti", spostando dalla testa alla pancia il centro delle decisioni, raramente passando dal cuore.

Ma e' cosi' indubitabilmente giusto lasciarsi andare alla manifestazione di tutti gli aspetti (anche negativi) di noi, senza curarsi dell'effetto che questo avra' sugli altri e la loro liberta'?

Io, per non sbagliare, nel frattempo credo che usero' i tappi per le orecchie in modo creativo.

lunedì 1 aprile 2013

La pazienza dei pazienti

Lo so. Sono stata latitante. Manco da mesi su questi schermi e so che per molti di voi questa assenza sarà stata fonte di disperazione (via su...). Vi chiederete che fine avessi fatto. Beh diciamo che ho avuto il mio bel da fare, e questo vi porta diritti all'argomento di questo post.
Mi auguro che nessuno dei miei lettori abbia (nè ora né mai) problemi di salute. Prima che cominciate a sollecitare le pudenda, ci tengo a precisare che, oltre all'ovvietà dell'augurio riguardo la perfetta condizione fisica di chiunque, c'è un aspetto che può rendere ancora più penosa qualsiasi indisposizione, ed è il Servizio Sanitario Nazionale. 

Supponiamo che tu soffra di un disturbo qualsiasi. Il medico generico ti prescrive una visita specialistica presso gli ambulatori ospedalieri. Chiami il centro prenotazioni. Con la Primavera di Vivaldi in sottofondo, una voce ti comunica che "la tua chiamata è la numero...........tredici in attesa", intimandoti di non mettere giù per non perdere la priorità acquisita (non sia mai).
Circa mezz'ora dopo, "la tua chiamata è la numero...........uno in attesa" e finalmente ti risponde una signora che sembra si sia appena svegliata (male) e ti chiede i dati della prescrizione, dopodiché "vediamo.....mercoledì alle settemmezzo. Si ricordi di presentarsi mezz'ora prima per l'accettazione".

Mercoledì, ore sette del mattino: dopo una sveglia indecente ti presenti ai cancelli degli studi medici ospedalieri. Albeggia. Superi la fila di anziani che affolla l'ingresso del centro prelievi (mezz'ora prima della sua apertura, in una freddissima mattina di febbraio, a conferma della resistentissima fibra della generazione precedente) e ti dirigi all'accettazione. Prendi il numero. Quattro. Ancora non hanno iniziato a ricevere i pazienti perché il banco accettazione apre alle 7:15. Guardo l'orologio: sette e due...e tre...e cinque...la fila di attesa si ingrossa..sette e otto...una delle signore dell'accettazione si impegna nell'applicazione dei principi feng shui alla sua scrivania. Alle 7:15 aprono gli sportelli, tocca a me. La signora (evidentemente parente di quella che risponde al telefono) mi indica il numero della stanza e il piano a cui mi devo recare. Arrivo alla stanza. Siamo in fila per una seconda accettazione. Arrivo al bancone e un'infermiera riempie due fogli, poi mi dice che devo pagare 30 euro alla macchinetta al piano terra. 
Torno giù e la macchinetta non accetta il mio bancoposta, non ho contanti quindi devo uscire dall'edificio e andare a prelevare alla banca 50 mt più in là. Prelevo, torno alla macchinetta, che nel frattempo causa guasto non accetta più contanti, ma solo bancomat (escluso bancoposta, s'intende).
Respiro profondamente, invocando la Mitezza sovrannaturale dei santi anacoreti, dopodiché chiamo l'inserviente dal gabbiotto lì accanto, il quale, partecipe delle mie difficoltà quanto mia madre nel conflitto del Darfur, mi suggerisce di tornare alla banca a pagare il ticket direttamente lì. Esco di nuovo, vado allo sportello, dove il commesso, al solo scrutare il mio sguardo fiammeggiante, mi sbriga il pagamento in settantacinque secondi netti.
A questo punto torno dalle infermiere, e, finalmente, vengo visitata.


E poi uno si chiede perché i medici ci chiamino "pazienti".

domenica 28 ottobre 2012

La perfida Albione

Allora. Come alcuni di voi sapranno, da un paio di settimane mi trovo in Scozia, Regno (per ora) Unito. Non mi lancerò nelle solite lamentele degli italiani sul cibo: primo, perché essendo ospite in una casa cucina-munita, mi sono data all'italico spignattamento che nemmeno le Big Mamas dei film; secondo, perché io mangio tutto e mi commuovo anche davanti a un barbarissimo fish&chips.
Posso reggere anche l'assoluta dissonanza di gusto nel vestire che causa deprimenti giri fallimentari di shopping e struggente nostalgia persino dei negozi cinesi vicino casa. Nemmeno i quotidiani incidenti mortali schivati all'ultimo secondo (perché non ho ancora capito da che parte guardare quando attraverso la strada, almeno a Londra l'hanno scritto a terra, qui no) mi farebbero desistere dall'innamoramento cross culturale. Poi alla fine anche al tempo (e alla sua variabilità) ci si fa l'abitudine, basta munirsi di ombrellino telescopico super estendibile da borsetta e abbandonare ogni velleità di liscio perfetto da spot.

Ma senza di lui no. 

Non posso vivere senza bidet.

Ora, il mio connaturato senso del pudore mi impedisce di scendere in dettagli troppo scabrosi sulle numerose occasioni in cui l'assenza del nostro amico nazionale diventi davvero pesante da sopportare, ma penso che tutti i miei connazionali lettori (specie quelli residenti all'estero) sappiano di cosa sto parlando.
E come tutte le cose semplici, quotidiane, preziosissime, non si capisce quanto valgano finché non si è costretti a farne a meno. Penso che, se venisse svolto un sondaggio tra gli iscritti all'A.I.R.E. sul nuovo simbolo dell'italianità, il bidet vincerebbe di prepotenza, probabilmente aggiudicandosi anche l'effige su qualche moneta centesimale di euro.
Non voglio passare da provinciale. Diciamo che qualche chilometro l'ho macinato anch'io. Però un conto è il viaggio, un conto è la permanenza. Quello che siamo pronti a sopportare nella provvisorietà, atterrisce se solo si immagina la prospettiva definitiva. Che poi è uno dei motivi per cui sono contraria alla convivenza. Ma questo è un altro discorso, ed è meglio non dilagare troppo. Però mi sono interrogata su come possa diventare così indispensabile qualcosa di cui il 99% della popolazione mondiale fa a meno. Senza evidenti danni permanenti, almeno. Quante altre cose, anche nei rapporti umani, riteniamo imprescindibili quando l'evidenza dimostra che non lo siano? Quanto ci attacchiamo, fino a pensare una vita insopportabile, a cose di cui non abbiamo realmente, visceralmente, biologicamente bisogno? E quanto queste "zavorre" ci impediscono davvero di incontrare l'altro nel senso più profondo e autentico del termine?
Nel frattempo, studio rudimenti di idraulica che mi consentano di piazzare un bidet in un bagno britannico: l'inizio di una nuova era.

Il prossimo passo: guerra alla moquette.

martedì 23 ottobre 2012

La rabbia di Wonder Woman

Ultimamente mi interrogo abbastanza spesso su cause ed effetti dell'immensa rabbia delle donne. Basta accendere la tv o ascoltare una conversazione tra due o più donne (l'eventuale presenza di maschi non impatta il tenore del discorso) e si sentono invettive furiose nei confronti degli uomini. Scariche inumane di ire funeste e direi disprezzo nei confronti della categoria tutta. I maschi di homo sapiens sapiens vengono dipinti come individui inutili quando non dannosi, dediti ad una non-vita edonistico-egoista, privi di senso di responsabilità e di minimo senso del pratico, tanto che, ormai si sa, le donne "starebbero molto meglio da sole".


Ora.

Recentemente ho letto che una persona si comporta inevitabilmente in accordo a come viene trattata: quindi, salvo le dovute eccezioni, se vuoi accanto un deficiente, tratta il tuo uomo da deficiente, e sarai accontentata! La lettura dei libri di Costanza Miriano è stata illuminante, da questo punto di vista: è doveroso avvertire che si tratta di opinioni forti e particolarmente controcorrente, ma se si ha la forza e sicurezza necessarie a mettersi in discussione e a sopportare un punto di vista diverso dal proprio, si attinge a una posizione alternativa, in cui la coppia non è un eterno braccio di ferro su "mio" e "tuo", ma una gara a chi valorizza di più l'altro.

Osservo le donne che conosco: vedo professioniste in crescita o affermate, in grado di gestire dodici ore di lavoro consecutive, due o più bambini (con relative attività extra-scolastiche), cura della persona e della casa. Tutte si lamentano del fatto che gli uomini non riescono a fare quanto loro. Il punto, secondo me, è che abbiamo usato la nostra naturale predisposizione al multi-tasking (tutte le femmine, dovendo gestire i piccoli, sono in grado di fare più cose insieme) come "doping" nel mondo del lavoro, dove siamo state ospitate e poi accolte dagli uomini senza però godere di regole particolari, tipo nidi aziendali di dimensioni decenti, congedi per maternità adeguati, orari flessibili, telelavoro etc etc.
E ora dico una cosa scomoda: queste non sono pari opportunità. E' come non costruire ascensori e dire a un paraplegico che può entrare nell'edificio, se riesce a fare le scale con la sedia a rotelle.

Una persona molto molto saggia, in passato, mi disse che la rabbia nasce sempre dalla repressione di altri sentimenti. Allora mi chiedo: cosa stanno reprimendo le donne? Forse quella capacità di amare con tenerezza, di ascoltare, di stimare l'altro, in primis il proprio compagno, senza pretendere da lui livelli standard (secondo lei) di efficienza, ma valorizzandolo per quello che è.
Sognamo un Romeo con fisico da Wim Diesel e savoir faire da Sean Connery ma trattiamo ogni portatore di cromosoma Y come un invertebrato.
Provate a pensare a quando dovete chiedere le ferie al vostro capo perennemente furioso. Ecco. Probabilmente il vostro Romeo si sente così nel chiedervi di uscire.

Ve lo dice una che ha tenuto l'ascia in mano fino a ieri. E poi l'ha posata. E si è accorta di non averne affatto bisogno.

Provare per credere.

mercoledì 3 ottobre 2012

Oca.exe

A volte mi chiedo se esista una ragione alla base della rappresentazione delle donne nelle pubblicità, ma soprattutto se magari io affronti tutto ciò con eccessivo spirito critico. Ma secondo me no.

Tipo.

Ultimo spot della ceretta Veet: otto squinzie in minigonna o shorts che gridano gioiose le qualità del dispositivo che scalda la cera e ti permette di depilarti "Senza complicazioni!". Ora. Dimmi, pulzella, che tipo di complicazioni vuoi incontrare nell'avventuroso mondo della cera?

Altro esempio. 

Il test di gravidanza. Da che esiste, il test consiste in uno stick con una finestrella e un tampone. Fai pipì sul tampone e nella finestrella compare una linea per dirti che hai fatto bene il test e un'altra linea se sei incinta. Mi sembra cristallino. Invece no. Nello spot del nuovo test si elogia la chiarezza del prodotto in questione che scrive "incinta" o "non incinta" nella finestra del risultato. 

Insomma, se uno arrivasse da Marte e si informasse sull'umanità attraverso la televisione, avrebbe l'impressione che le femmine di specie umana siano afflitte dai seguenti dilemmi: come prevenire e curare la cellulite, come riportare la vasca da bagno al bianco originale, come candeggiare le lenzuola bianche senza che si strappino, come mantenere disinfettato il pavimento anche dopo il passaggio di familiari maschi tornati da una spedizione nelle fogne, come riuscire a conciliare audizioni acrobatiche e sport estremi con la presenza del ciclo mestruale e soprattutto come mantenere una defecazione regolare ed efficace contro il gonfiore addominale.

Forse è una strategia post-reaganiana contro l'attacco alieno.

venerdì 28 settembre 2012

Su suggerimento di un mio amico, oggi approdiamo a uno degli argomenti più "caldi" del panorama mediatico internazionale, uno dei pilastri del mondo contemporaneo, ovvero il rapporto tra donne (nella fattispecie, me) e tecnologia. Ora, io capisco l'utilità di certi dispositivi. Capisco anche che il mondo vada avanti e non si possa continuare a scrivere con carta fatta a mano e piuma d'oca (perché non si può, vero?), ma con sempre maggiore frequenza emergono elementi che mi fanno seriamente pensare ad una nevrosi di massa. 

Esempio.

Nel silenzio dell'open space semideserto del venerdì sera, si ode una serie di rutti: ineducazione? Ministre du Petrol del Giappone in visita alla Mega Ditta?  Macché: uno dei miei stimatissimi colleghi sta semplicemente provando una nuova applicazione del suo iphone che riproduce suoni corporei di ogni sorta con un certo realismo.

E lì io mi chiedo quanto effettivamente qui si parli di progresso in senso stretto, ovvero se una maggior sofisticazione dell'elettronica ci stia portando effettivamente a diventare migliori.

Io per dire ho seri problemi con il touch screen. Normalmente le mie mani vengono considerate anche piccoline, ma sembra che non riesca ad avvicinarmi ad un tasto senza premerne almeno tre contemporaneamente. I risultati sono imbarazzanti: frasi prive di ogni senso compiuto, neologismi, parole in libertà che nemmeno Marinetti sotto benzedrina. E questo è niente. Ho scoperto di avere un nemico giurato, un subdolo persecutore che mina alla base la mia salute mentale: il T9. Mi viene spontaneo qui chiedere all'inventore di questo sistema di suggerimento che tipo di acido si fosse sparato negli attimi decisivi della progettazione. In base a quale principio, ad esempio, se scrivo "conosco", come primo suggerimento esce "bplqtcp"? Il più diabolico però è quello con il suggeritore di parole: io mi impegno con tutta me stessa a premere i micro-tastini giusti e cosa viene fuori? Messaggi tipo "Ciao come mai?apri giraffa quando premi su del". Roba che presto o tardi mi troverò la neuro alla porta di casa.
Oppure posso vestirmi di nero e sostenere di essere l'unica scrittrice di un nuovo para-linguaggio che vuole rappresentare, attraverso un uso estemporaneo del non-senso, la precarietà delle certezze del nostro tempo.
O qualche altra baggianata del genere.

sabato 1 settembre 2012

A.B.Norme

Ultimamente ho notato una cosa. 
Non si sente raccontare una storia normale che sia una. Trame allucinanti popolate da corna, intrecci assurdi, matrimoni improbabili, relazioni impossibili. Chi mi conosce sa che probabilmente su questo argomento (come su molti altri) dovrei tacere, ma c'è un fil rouge che attraversa tutte queste storie ed è il protagonista nonché causa scatenante: il Fenomeno.
Mi perdonino i miei lettori del sesso forte, il sostantivo è maschile ma in realtà il Fenomeno può provenire da entrambi gli schieramenti (incluse tutte le più recenti sfumature intermedie). Si tratta di individuo di specie umana affetto da uno o più dei seguenti sintomi:

1. Indecisione costante e perpetua
2. Egoismo
3. Cinismo
4. Edonismo
5. Fase adolescenziale mai superata
6. Erotomania
7. Generazione quasi continua di frasi alla Federico Moccia o Biagio Antonacci
8. Depressione cronica
9. Ipocondria (anche psichica, quasi spesso è convinto di soffrire di depressione)
10. Passività 
11. Rifiuto sistematico del legame in quanto impegno

Se leggendo quanto sopra vi viene in mente il soggetto che state frequentando, beh, siate consapevoli che siete incappate/i in un Fenomeno, esemplare che ha probabilmente ispirato il creatore dei diabolici pappagalli verdi esplosivi: attirano perché sembrano innocenti giocattoli, poi appena li tocchi sventrano te e chiunque altro in un raggio di diversi metri.

Il Fenomeno ti incanta, per una sua qualità o per uno dei sintomi di cui sopra, presentato nel modo giusto (un classico intramontabile: "non voglio legami perché ho sofferto troppo"), ti attira nella sua rete di non-sense e ti ci impantana, finché, ormai innamorata, non sei più capace di distinguere ciò che lo rende un Fenomeno da manuale.

Allora, consapevole di quanto sopra, cara/o amica/o, oltre a rimandarti alla visione del geniale "La verità è che non gli piaci abbastanza", ti consiglio (dal basso della mia esperienza) di stare attenta a queste avvisaglie di Fenomenologia nella tua relazione, così da bypassare le fette di San Daniele che ti saranno calate sugli occhi:
Se vi vedete poco senza ragioni specifiche, è un Fenomeno
Se quando non vi vedete non ti chiama, è un Fenomeno
Se non ti dice/scrive mai, MAI nulla di carino, è un Fenomeno
Se ti dà mezzi appuntamenti (o, peggio, appuntamenti veri e propri) e poi non si rifà vivo, è un Fenomeno
Se dopo un tempo ragionevole (tra una settimana e un mese) la vostra relazione non si struttura con una qualche forma, è un Fenomeno
Se (anche alla luce del punto 5) vi propone la Trombamicizia, è un Fenomeno
Se si vede con altre/i, è un Fenomeno
Se è già fidanzato, è un Fenomeno
Se le vostre amiche sostengono che sia un Fenomeno, è un Fenomeno.

E se a questo punto avete scoperto di essere incappate, vostro malgrado, in tale sciagura, che fare? Beh le alternative sono essenzialmente due: 
A. lasciarvi andare al vostro più puro istinto suicida e restare legate emotivamente a questo muro di gomma, confidando in un miracolo o aspettando che lui svanisca dall'oggi al domani.
B. Scappare, sparire, evaporare, volatilizzarvi, cercando un'alternativa più salutare alla frequentazione del Fenomeno, il che non dovrebbe essere nemmeno troppo difficile.

mercoledì 22 agosto 2012

Caldo imperiale

Non so a voi, ma a me ultimamente fa parecchio caldo. Dice che è l'anno peggiore dal 2003. Infatti mi ricordo che anche nel 2003 mi faceva parecchio caldo. In particolare mi rammento di certe stremanti trasferte in giornata a Milano (cosa si fa, all'inizio di una storia d'amore...) in cui i miei tacchi lasciavano inquietanti impronte nell'asfalto di corso Buenos Aires. 

La cosa peggiore del caldo, però (a parte l'effetto carta moschicida sulla pelle e il microclima che si crea su tutti i mezzi pubblici), sono i discorsi sull'afa. Uno accende la tv e sente medici che consigliano di mangiare frutta e verdura e bere molto, smontando la naturale tendenza a farsi lo stinco di maiale alla birra per il pranzo di ferragosto. I metereologi, invece, ci danno indispensabili indicazioni tipo "attenzione, mezzogiorno è l'ora in cui le temperature risulteranno più elevate", gettandoci in una sbigottita gratitudine.

L'elemento pittoresco di questa ondata di caldo, invece, è data dai nomi dei vari anticicloni che i frustrati inquilini ferragostani delle redazioni ci propinano a più non posso: Minosse, Nerone, Caligola, Caronte, Lucifero...ora, io non vorrei fare sempre la solita, ma dico, ho capito che è caldo, ma siamo anche in agosto. E normalmente, in agosto fa caldo, parecchio, più che nel resto dell'anno. E francamente, mentre la sera boccheggio sul divano come una carpa appena pescata, l'ultima cosa che mi serve è vedere un tizio in divisa che mi dice "ti fa caldo ora? E non è ancora nulla! tra due giorni arriva Lucifero e sono volatili per diabetici!", scatenandomi l'immediato impulso di prendere a testate il muro portante di casa mia.

Il problema, semmai, è che ormai si deve spettacolarizzare tutto, fare un caso di qualsiasi fenomeno che anche vagamente si scosti dal normale (anche se ogni estate ormai stiamo intorno ai 40 gradi, quindi mi chiedo come mai ogni anno sia la più calda dai tempi di Garibaldi). Tanto per metterci un po' di qualunquismo, si potrebbe dire che queste storie montate ad arte servono a seppellire i fatti che sarebbe troppo scomodo raccontare (tipo qualcuno sa che fine abbiano fatto i Marò in India o a che punto siamo con Rossella Urru?) e che magari qualcuno ha perso di vista la cronaca a favore della versione romanzata della realtà.
E allora penso al grande Achille Campanile, che diceva "Un tempo il giornalismo toglieva uomini alle lettere; oggi – il che è più grave – ne dà".

domenica 29 luglio 2012

Azioni vs BOT

Noi pulzelle (ma sono sicura anche più di qualche maschietto) siamo ormai segnate dalla malata tendenza a invischiarsi in relazioni autodistruttive. Alcune lo fanno per tentare di riscattare esperienze familiari disastrate, in realtà replicando quel cliché che facilmente le condannerà a soffrire sempre per le stesse ragioni, ciclicamente; altre, come la maggior parte, forse sono semplicemente vittime di un bombardamento cultural-mediatico che le investe del ruolo di salvatrici dell'umanità. Penso che potremmo indire una class action globale contro gli autori de "La Bella e la Bestia", ad esempio, in cui lei, bella, solare e intelligente, conosce lui, che solo in apparenza è burbero e irascibile, ma nasconde dentro di sè un cuore tutto panna.


Ecco.


Diciamolo.


Questo nella realtà non succede mai, o comunque in non più dell'1% dei casi. Nel rimanente 99% del campione, il cerbero resta tale, e le sorprese sono quasi tutte pessime. Se lui ti cornifica, ti picchia, ti tratta male, non cambierà, se non in peggio. Sappilo. 
E qui calza a pennello la similitudine geniale della mia altrettanto geniale amica Anna, ovvero che arriva un momento in cui si deve scegliere tra azioni e BOT. Le azioni, con i loro saliscendi, le variazioni umorali di ora in ora, ti danno quel frizzino da pericolo sempre imminente, ma si prestano a speculazioni temporanee (se non vuoi rischiare l'infarto) e la volta che ti imbatti in una p
Parmalat ti passa la voglia una volta per tutte.
I BOT invece, sembrano noiosi, coi loro rendimenti fissi, la cedola che arriva alla tal data, ma sono investimenti, roba con cui e su cui costruire un futuro.
E arriva fatalmente un momento in cui ci si rende conto non che non si può, ma che forse non si vuole avere tutto, e che quella sensazione di sollievo al trovare un maschio equilibrato all'altro capo del telefono forse vale la pena di essere assaporata, prima di liquidarla come noia mortale.
A meno che, certo, non siate patite degli sport estremi. Ma in quel caso vi consiglio il paracadutismo: a differenza degli amori sbagliati, se vi va male è sicuramente l'ultima volta sola.

giovedì 12 luglio 2012

Il campo minato

Credo basandosi sul granitico principio che "chi non sa fare, insegna", ci sono amici e conoscenti che si rivolgono a me per confidenze e/o consigli sentimentali. Alcuni di loro sono anche uomini, maschi di specie homo sapiens sapiens (sul secondo sapiens non sono sempre certa al 100%, ma questa è un'altra questione), e ho ravvisato nelle loro vicende un fil rouge che forse potrebbe essere eliminato con una certa facilità, almeno in superficie. Si tratta di una serie di conversazioni fisse, discussioni che iniziano, si dipanano e si risolvono con un copione quasi sempre identico, quasi sempre drammatico. Non è questa la sede per scrivere l'ennesimo, squallido vocabolario del pensiero femminile, che francamente trovo spesso un po' riduttivo e comunque riporta  varie situazioni in cui non è affatto detto che lei pensi effettivamente ciò che viene suggerito dal compendio. E, per come la vedo io, se una regola prevede qualche "dipende" di troppo, va archiviata come inefficace.
Quindi scopo di questo post è suggerire un ventaglio di possibili risposte volte a contenere i danni e possibilmente ad aumentare la quota di sensibilità che la vostra lei vi attribuirà.
Premessa doverosa, in previsione della classica obiezione che viene mossa a questo genere di post: "ma, come, voi donne non volete la sincerità?" Sì, cari uomini, vogliamo la sincerità, ma come non vi fate problemi per "interpretare" la realtà in alcuni ambiti ben precisi (contatti con ex varie, sguardi gettati a passanti discinte, luogo/modalità di permanenza durante l'addio al celibato del vostro amico etc etc) direi che possiamo allargare l'orizzonte delle situazioni in cui la prima cosa che vi viene in mente, forse, non è proprio la risposta migliore. Inoltre, sarebbe bene cominciare a distinguere tra la sincerità e la brutalità, che sono concetti abbastanza distanti, ma pratiche preoccupantemente vicine. 
Detto ciò, passiamo ai fatti.
Alcuni esempi di frasi suicide:
"Mi piaci tantissimo, non sono mai stato un patito delle figone"
"Ti amo quando sei così"
"Ah fai così l'arrosto? Mia mamma ci mette sempre la salvia..."
In questi casi (e simili) ricordate sempre il principio "less is more"!!! Basta frenare alla fine del primo periodo, e le frasi suicide di cui sopra diventano:
"Mi piaci tantissimo"
"Ti amo"
"Ah fai così l'arrosto?"
Cioè assolutamente innocue, se non addirittura utili al raggiungimento di pace e gioia nel rapporto.
"Sì" e "no" sono quasi sempre espressioni innocue, a meno che lei non sia mal disposta, ma in questo caso non avreste comunque scampo.
Infine, la Domanda a cui nessun uomo può rispondere senza trovarsi risucchiato in un vortice di violenza e follia, la Domanda davanti alla quale dovete cercare con tutti voi stessi di cambiare argomento o distrarla, magari simulando un malore piuttosto grave: 


"Caro, mi trovi ingrassata?"







lunedì 9 luglio 2012

A volte ritornano

Ci sono storie che si ripropongono, come i peperoni, a scoppio ritardato, tipicamente quando pensi di cominciare a stare meglio. Vi siete lasciati, è passato del tempo, stai già mezzo flirtando con un tipo apparentemente senza problemi psichiatrici, ed eccolo lì. Il Messaggino. Normalmente il Messaggino ha un testo apparentemente innocuo tipo:
"Ciao Gertrude, volevo sapere come stai. Un bacio, Abelardo".
Allora.
Prima di tutto vi espongo una mia teoria ormai corroborata da decine di verifiche, e cioè che un uomo che chiude un messaggio, una telefonata, una mail, una lettera, un fax, un telegramma con "Un Bacio", forse a livelli variabili di coscenza, ma ce sta a provà. E lo so che ora starete alzando le sopracciglia e pensando "ma no, non è vero, io ho un sacco di amici che mi firmano così, è solo una dimostrazione di affetto". Ecco, a parte rimandarvi al geniale dialogo di "Harry ti presento Sally" che a riguardo ha detto parole definitive, io vorrei che pensaste per un attimo all'espressione "dimostrazione di affetto" per come la intende il maschio medio (tipo lanciarsi in tornei di rutti o riempirsi di insulti gratuiti coinvolgenti anche tutta la linea genetica femminile dell'amico). Quindi occhio, quando trovate l'apostrofo rosa in chiusura a quello che state leggendo/sentendo, siate coscenti di quanto sopra, e agite di conseguenza (magari in certi casi è anche una buona notizia, vedete voi).
Secondo aspetto. Riguardo il "come stai?" di rito, mi sento meno sicura. Mi sono chiesta più volte cosa spinga qualcuno che ha preso il tuo cuore e l'ha messo in un tritacarne a chiedersi, dopo mesi, come tu stia (domanda estremamente intelligente, per altro), ma non trovo grosse logiche. E qui levata di scudi: "ma come, c'è stato l'amore, è normale che mi importi". Beh certo. Immagino che gli importasse anche quando ti ha messo le corna con la amica, quando è sparito il giorno dopo averti mollata, quando si dimenava sul cubo senza maglia tra due gnocche discinte, ovviamente senza peritarsi di documentare il tutto e caricare le foto su facebook, in modo che tutti i vostri amici potessero vedere e commentare.
E questi grandi ritorni in scena avvengono sempre lasciando scosse emotive non indifferenti, per cui si finisce quasi sempre in due-tre amiche a un tavolo a sviscerare le possibili motivazione che avrebbero spinto il primate a ricontattare la sventurata, chiedendosi (la diretta interessata sperando, le amiche dubitando) se l'ominide abbia avuto la folgorazione sulla via di Damasco e abbia capito di aver sbagliato tutto, quando, verosimilmente, tutto è frutto di un fortuito incontro col numero di lei mentre il nostro, seduto sul water, cancellava i vecchi messaggi ricevuti.
Quando sento questo tipo di racconti ho come un sussulto, sento il sangue arrivarmi alla testa e mi rendo conto che potrei dire cattiverie di magnitudo elevatissime, per cui in genere a questo punto della serata ordino il secondo bicchiere di vino.
Ma qui voglio rivolgermi a lui.
Ebbene, caro amico, scrittore di Messaggini solidali fuori tempo massimo, Nobel della letteratura sintetica, sensibile coltivatore di rami secchi, ascolta un umile consiglio: la prossima volta che ti viene l'impulso irresistibile di chiederle come sta, distraiti, fa' altro, concentra il tuo fragile encefalo su attività di maggior valore aggiunto, tipo l'ikebana, la playstation, lo scaciottamento di piedi, il bungee jumping (con o senza elastico, decidi tu).
Grazie.

lunedì 2 luglio 2012

Traviata reloaded

L'altro giorno sono stata a vedere la Traviata, al Comunale di Firenze. Eh, la vecchia Violetta ha sempre il suo fascino, specie perché, considerando il periodo in cui è stata scritta la vicenda, è un personaggio direi moderno e comunque una delle prime DIP (Donne In Paranoia) della Storia. Per carità, via libera al romanticismo (al mio solito, ho pianzottato anche un po'), ma insomma, questa sta in centro a Parigi, in mezzo alle feste e ai vip, t'arriva questo babbasone di Alfredo, che l'ha vista una mezza volta un  anno prima e quella sera se la ritrova davanti (palese approccio da festa che ora è un patetico classico, ma all'epoca evidentemente era l'ultimo ritrovato del settore) e lei, dopo una brevissima crisi di coscienza, molla baracca, baroni e burattini e va a vivere con lui fuori Parigi, per ritrovarsi a tempo record in miseria con mezzi mobili su ebay.
Però loro son felici, c'è l'Ammmore e tutto passa e "dell'universo immemore io vivo quasi in ciel". 
Mmm, bene. 
Eccoti il padre di Alfredo, Giorgio, che va a parlare con Violetta. In una scena tipo "C'è posta per te" della De Filippi, il vecchio Germont racconta la storia della figlia, che si deve sposare ma che rischia di mandare a monte tutto perché lo sposo non si vuole imparentare con una bagascia (la presente Violetta, nella fattispecie), e quindi, bisogna che lei lo molli. Lei prova anche a convincerlo, gli fa presente che, avendo la tisi, non è questione di chissà quanto. Niente. No fuga, no wedding, no party. Tragedia. Lacrime. Pianti. Poi, misteriosamente, accetta. E allora ripianta tutto lì e torna a Parigi (io, che odio i traslochi, già qui mi sarei arenata), non prima di aver accolto Alfredo di ritorno da certe commissioni e avergli giurato amore eterno (una vera genialata, in una situazione simile). Dopo essersi vaporizzata, già sulla strada per la capitale, gli manda l'equivalente di un sms (lettera a mano data a un tizio che passava di là) scrivendo una roba tipo "scusa sai mi son sbagliata, lasciamoci. xxx Vio". Alfredo, come ogni uomo allora oggi e sempre, a questo punto sbrocca. Prende, va a Parigi alla festa dove è sicuro di trovare Violetta (perché la faìna ha lasciato l'invito a casa) e pianta uno di quei casini da uomo uscito da una canzone dei Pooh: comincia a fare l'acido, battutine, a un certo punto al culmine del suo genio, davanti a tutti butta dei soldi addosso a Violetta e proclama che lui "ha pagato" (mossa di una finezza degna di Briatore alla sagra del Cinghiale). Al che la nostra si sente male dalla vergogna, mentre il padre di lui, che ha assistito a tutta la scena, gli fa un cazziatone del tipo "con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, mi sei uscito un cafone del genere". Ovviamente anche gli altri invitati alla festa disapprovano, producendosi in un coro da stadio tipo "te ne vai o no te ne vai sì o no". Cambio scena. Violetta è a letto, in camera c'è solo l'immancabile Annina. Arriva il dottore che la rassicura: "Violé, stamo a guarì", poi esce e quando Annina gli chiede come va, risponde "Mah...secondo me non arriva a stasera" ALLA FACCIA! Ho capito evitiamo il trauma, ma insomma, un minimo di senso della misura. Nel frattempo, fuori dalla finestra impazza il carnevale: mentre la nostra eroina agonizza nella tristezza generale, in strada ballano l'equivalente parigino del medley "Brazil", ad alimentare il clima depressivo. 
Al che eccoti Alfredo, finalmente. Il padre, preso da rimorso, gli ha raccontato tutta la storia e ora eccolo qui a chiedere scusa a orecchie basse e sguardo obliquo, mentre il figlio si sbraccia in grandi professioni amorose. E qui diciamo che Verdi si è fatto prendere un po' la mano. Va bene tutto, va bene che Violetta è giudicata da tutti peggio di com'è, va bene essere buone, ma che lei, in punto di morte, dia a lui la sua immaginetta dicendogli che se si sposa con un'altra lei è contenta e che addirittura, se lei sarà gelosa, lo autorizza sin d'ora a buttare il ritratto, beh, mi sembra un po' troppo, caro Beppe! Nessuna donna reagirebbe mai così all'idea che il proprio uomo si rifaccia una vita, nemmeno (anzi, tanto meno!) in punto di morte. Eccoci dunque alla fine. Violetta, dopo un'apparente ripresa, spira tra le braccia di un Alfredo disperato. Fine del dramma, note finali, lacrime, applausi.
Beh, d'altronde la veridicità non è tutto, e un dramma del genere non sarebbe potuto durare tanto, nella realtà. Sì perché, nel mondo reale, la cosa si sarebbe svolta più o meno così.

Scena 1: festa. Alfredo si avvicina a Violetta, che ride civettuola verso un duca, tutta coinvolta dai festeggiamenti VIP. 
"Ciao Violetta, ti ho visto un anno fa e da allora..."
"Che macchina hai?"
"Ma io veramente..."
(voltandosi verso il Duca) "Sì, stavamo dicendo..."
Sipario. Fine. Durata totale, 5 minuti.

domenica 1 luglio 2012

Aria

Sono appena tornata da un viaggio della speranza ai confini della realtà: Milano-Prato su intercity senza aria condizionata. 
Temperatura esterna: 60°C
Temperatura interna: 59,5°C
Composizione dello scompartimento:
-signora cingalese in sari di puro poliestere con una passione per togliersi le scarpe e mettere i piedi sulla bocca dell'aria condizionata
-ragazza cingalese figlia della signora di cui sopra con bambino minuscolo in braccio che per tre quarti del viaggio ha pianto replicando con interpretazione da oscar varie scene da "L'Esorcista"
-Signore anziano che leggeva "il Manifesto"
-Prete ortodosso eritreo che, as usual, mi ha attaccato un pippole infinito sulla storia della sua vita, e sostiene, tra le altre cose, che alla mia età (29 anni da compiere, ndr) sia ormai troppo vecchia per sposarmi e avere figli, e che il terremoto sia in realtà la punizione divina per i matrimoni gay.
Non mi sento di aggiungere altro.
Vado in doccia.